Oggi è giovedì e questo post dovrebbe essere dedicato a cosa bolle in pentola. Siccome mi trovo nel verde Ticino a fare da dog-sitter ai cani dei parents, in pentola non bolle proprio niente. Sono tutta sola, quindi niente manicaretti.
Approfitto dell'assenza di pentole sul fuoco per cercare di fare un po' di chiarezza tra broccoli, cavolfiori, cavoli e tutto quanto fa parte di quella famiglia. Perdonatemi ma è una questione su cui mi arrovello da più di un anno...
In Sicilia tutto è broccolo. Non importa se bianco, verde, rosso, nero, cappuccio o che altro. Tutto è broccolo. Pertanto, quando cerchi di spiegare una ricetta che tu fai con il broccolo, quello che per te è verde, uno capisce cavolfiore, l'altro capisce cavolo. Insomma, una zuppa.
Il broccolo siciliano si divide in alcune categorie:
- il broccolo vicciarieddo - ovvero il broccolo verde con tante infiorescenze
- la mammàna del broccolo - ovvero il broccolo verde/rosso, quello enorme tanto per intenderci
- il broccolo - broccolo o cavolfiore, a seconda delle scelte
- sicuramente ci sono altre varietà dai nomi particolari ma la mia conoscenza della materia si ferma qui.
Ora io vorrei una volta per tutte cercare di capire cosa differenzi veramente un broccolo da un cavolfiore. Perché non ce la faccio più, cercare di farsi capire sta diventando una lotta estenuante e mi sento spesso assalita in sogno da broccoli e cavolfiori che cercano di avere la meglio su di me...
Ecco le definizioni del dizionario:
Cavolfiore - sm, (botanica), varietà di cavolo con infiorescenza carnosa, bianco-gialliccia, commestibile
Broccolo - sm, (botanica), varietà di cavolo con infiorescenza commestibile
La differenza sta tutta qui: il broccolo è solo commestibile mentre il cavolfiore è commestibile e bianco-gialliccio.
Finalmente ho una certezza: il cavolfiore è davvero quello che intendo io e questo mi da una piccola vittoria sulla Trinacria....
Ovviamente non cambierà nulla.... io continuerò a chiamare broccolo il broccolo e cavolfiore il cavolfiore mentre tutti continueranno a chiamare broccolo tutto quanto ma almeno, volete mettere la soddisfazione di sapere che la lingua italiana è dalla mia parte?
p.s. se qualcuno avesse qualche informazione in più su modi di dire, nomignoli e tradizioni fatemi sapere please!
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giovedì 19 novembre 2009
giovedì 23 luglio 2009
Gino, Pino... e Lino!
Gli eroi di questa storia si chiamano Gino e Pino. Lino è uno special guest, appare e scompare.
Di mestiere fanno i cantonieri. Sono i signori che puliscono le strade, per la precisione la SS115, quella su cui abito.
Gino è un signore rotondo, con i capelli bianchi e parecchi chili di troppo. Pino invece è più giovane, magro e allampanato. Indossano sempre quelle tutine arancioni con le bande catarifrangenti. Il loro mezzo di locomozione è un camioncino con il cassone sul retro, dove tengono gli attrezzi da lavoro.
Solitamente li incontri lungo la strada, la loro presenza è segnalata da quei coni bianchi e rossi, posizionati a circa 5 metri di loro. A dire la verità, c'è un cono solo.
Se siete stati in Sicilia d'estate sapete che caldo fa tra le 10 del mattino e le 3 del pomeriggio sulla strada, quando l'asfalto è rovente e sembra che stia per sciogliersi. Beh, pare proprio che quelle siano le ore di lavoro di Gino e Pino. Quasi che dovessero timbrare il cartellino o che, per punizione, debbano lavorare solo quando fa più caldo.
Ebbene, i nostri eroi sono lì, sul ciglio della strada, soli con il loro equipaggiamento. E che equipaggiamento. Non so se la Provincia o la Regione li ha dotati degli ultimi ritrovati in termini di attrezzatura: Pino, che è più giovane e forzuto, passa il decespugliatore. Vecchio e scassato, arrugginito, senza gli agganci per metterlo a zaino e quindi fare meno fatica. Pino tiene il decespugliatore a mano, per chilometri e chilometri. Gino invece, data la sua non più giovanissima età raccoglie le erbacce tagliate da Pino. Le raccoglie con un forcone... un palo di legno e un tridente di ferro all'estremità. Una palata e via, le erbacce vengono deposte in una carriola. Anch'essa vecchia e bucata dalla ruggine, così come decespugliatore e forcone. Praticamente sembriamo C. ed io quando puliamo i bordi della campagna. Solo che noi lo facciamo 2 volte l'anno, alle 6 del mattino.
Ma Gino e Pino non si scoraggiano e tagliano, raccolgono, puliscono... O forse fanno del loro meglio... perché se è vero che dopo il loro passaggio un po' d'erba non c'è più, non è altrettanto vero che raccolgano la spazzatura che qualche maleducato ancora butta dal finestrino. Non so se è meglio la strada con l'erba alta ai bordi o se è meglio la montagna di spazzatura. In realtà credo che sia colpa di Lino... probabilmente tocca a lui, con scopa e paletta, raccogliere l'immondizia. Ma o Lino è cagionevole di salute o ha un contratto molto particolare: si vede un giorno sì e quattro no.
La condizione delle strade siciliane è quella che è. Sull'autostrada, ad esempio, dove i cantonieri sono addirittura dotati di decespugliatore a zaino (e non di quelle meravigliose macchine tagliasiepi che si vedono al nord), la corsia di sorpasso è una meravigliosa siepe di oleandri, così come la corsia di emergenza. I bordi delle strade sembrano campi di grano, tanto le sterpaglie sono alte e dorate, sempre che, erba appena tagliata, non si trasformino in discariche a cielo aperto.
Io che vengo dal nord mi arrabbio, mi chiedo come sia possibile, perché non si possa avere una strada statale degna di questo nome; dall'altra parte, invece, ho capito che la differenza la fanno Gino e Pino, con decespugliatore, forcone e carriola, con quella sigaretta perennemente accesa che gli pende dalla labbra, con quell'abbronzatura arrabbiata, tipica di chi lavora sulle strade. O meglio, la differenza la fa chi fa in modo che Gino, Pino e Lino, nel 2009, ancora puliscano le strade con gli strumenti tipici di un orto familiare alle 10 del mattino.
p.s. da qualche giorno abbiamo 3 pesci rossi, li abbiamo presi perché mangino le zanzare dello stagno delle ninfee. Li abbiamo chiamati Gino, Pino e Lino in onore di questi eroi.
Di mestiere fanno i cantonieri. Sono i signori che puliscono le strade, per la precisione la SS115, quella su cui abito.
Gino è un signore rotondo, con i capelli bianchi e parecchi chili di troppo. Pino invece è più giovane, magro e allampanato. Indossano sempre quelle tutine arancioni con le bande catarifrangenti. Il loro mezzo di locomozione è un camioncino con il cassone sul retro, dove tengono gli attrezzi da lavoro.
Solitamente li incontri lungo la strada, la loro presenza è segnalata da quei coni bianchi e rossi, posizionati a circa 5 metri di loro. A dire la verità, c'è un cono solo.
Se siete stati in Sicilia d'estate sapete che caldo fa tra le 10 del mattino e le 3 del pomeriggio sulla strada, quando l'asfalto è rovente e sembra che stia per sciogliersi. Beh, pare proprio che quelle siano le ore di lavoro di Gino e Pino. Quasi che dovessero timbrare il cartellino o che, per punizione, debbano lavorare solo quando fa più caldo.
Ebbene, i nostri eroi sono lì, sul ciglio della strada, soli con il loro equipaggiamento. E che equipaggiamento. Non so se la Provincia o la Regione li ha dotati degli ultimi ritrovati in termini di attrezzatura: Pino, che è più giovane e forzuto, passa il decespugliatore. Vecchio e scassato, arrugginito, senza gli agganci per metterlo a zaino e quindi fare meno fatica. Pino tiene il decespugliatore a mano, per chilometri e chilometri. Gino invece, data la sua non più giovanissima età raccoglie le erbacce tagliate da Pino. Le raccoglie con un forcone... un palo di legno e un tridente di ferro all'estremità. Una palata e via, le erbacce vengono deposte in una carriola. Anch'essa vecchia e bucata dalla ruggine, così come decespugliatore e forcone. Praticamente sembriamo C. ed io quando puliamo i bordi della campagna. Solo che noi lo facciamo 2 volte l'anno, alle 6 del mattino.
Ma Gino e Pino non si scoraggiano e tagliano, raccolgono, puliscono... O forse fanno del loro meglio... perché se è vero che dopo il loro passaggio un po' d'erba non c'è più, non è altrettanto vero che raccolgano la spazzatura che qualche maleducato ancora butta dal finestrino. Non so se è meglio la strada con l'erba alta ai bordi o se è meglio la montagna di spazzatura. In realtà credo che sia colpa di Lino... probabilmente tocca a lui, con scopa e paletta, raccogliere l'immondizia. Ma o Lino è cagionevole di salute o ha un contratto molto particolare: si vede un giorno sì e quattro no.
La condizione delle strade siciliane è quella che è. Sull'autostrada, ad esempio, dove i cantonieri sono addirittura dotati di decespugliatore a zaino (e non di quelle meravigliose macchine tagliasiepi che si vedono al nord), la corsia di sorpasso è una meravigliosa siepe di oleandri, così come la corsia di emergenza. I bordi delle strade sembrano campi di grano, tanto le sterpaglie sono alte e dorate, sempre che, erba appena tagliata, non si trasformino in discariche a cielo aperto.
Io che vengo dal nord mi arrabbio, mi chiedo come sia possibile, perché non si possa avere una strada statale degna di questo nome; dall'altra parte, invece, ho capito che la differenza la fanno Gino e Pino, con decespugliatore, forcone e carriola, con quella sigaretta perennemente accesa che gli pende dalla labbra, con quell'abbronzatura arrabbiata, tipica di chi lavora sulle strade. O meglio, la differenza la fa chi fa in modo che Gino, Pino e Lino, nel 2009, ancora puliscano le strade con gli strumenti tipici di un orto familiare alle 10 del mattino.
p.s. da qualche giorno abbiamo 3 pesci rossi, li abbiamo presi perché mangino le zanzare dello stagno delle ninfee. Li abbiamo chiamati Gino, Pino e Lino in onore di questi eroi.
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venerdì 29 maggio 2009
A ciascuno il suo titolo
Vivo a Noto da ormai cinque mesi ma ancora non conosco i nomi delle vie e delle strade. Me ne rimane impresso solo uno: via Vicerè Speciale, una via in salita, piastrellata a uova che conduce proprio all'ingresso sul retro del Comune, tra l'altro con una bellissima prospettiva. Non si può dimenticare una via con un nome così. In primis perché parla di un vicerè, e chi l'hai mai avuto un vicerè in Alessandria? E poi Speciale? Chissà quali poteri doveva avere questo personaggio per fregiarsi di tale titolo. O magari era il suo congnome. Per togliermi il dubbio ho fatto una ricerca su Google, ormai anche la storia si studia così. Su 421.000 risultati, le prime 5 pagine sono tutte dedicate ad un b&b situato in quella via. Poi mi sono stancata, meglio pensare che questo Vcerè si sia guadagnato quel titolo perché era davvero specialissimo e ha fatto cose pazzesche per questa città. Già, perché se c'è una cosa che davvero mi colpisce di questo angolo di Sicilia è che qui tutti hanno un titolo. E' tutto un pullulare di dottori, ingegneri, avvocati, professori, insegnanti, educatori e chi più ne ha più ne metta. Quasi nessuno si firma senza una sigla davanti. Sembra che sia ancora un modo per distinguersi da quelli che non hanno studiato. E io che vengo da un mondo dove anche chi ha due lauree e un master ti dice dammi del tu mi stupisco sempre. Mi chiedo, ma che bisogno c'è di firmarsi su una brochure di nonmiricordopiùchecosa Insegnante Pinco Pallino. E soprattutto, che titolo è insegnante? Dove te lo danno? Capisco professore, che poi è un titolo che ho sempre pensato si usasse solo in classe o per i baroni universitari, ma insegnante? E anche professore, in fondo, penso che ogni tanto sia un tantino esagerato. Che bisogno c'è di fegiarsi di un titolo? La persona la fanno nome e cognome e le sue qualità, le letterine davanti le ho sempre viste come facoltative. Ma qui sono praticamente obbligatorie. Sembra quasi che se non ti dichiari come dottore tu sia analfabeta. Ma d'altronde, se anche il Vicerè era speciale, gli abitanti di Noto non possono essere da meno.
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mercoledì 20 maggio 2009
Quanto tempo...
E' già passato un mese dall'ultimo post? No, più di un mese... Non me ne sono davvero accorta, presa come sono stata dai lavori in campagna, dal giardinaggio, dalle pulizie e dallo smontaggio scatoloni. Ebbene sì, è con fierezza che annuncio che questa mattina ho svuotato l'ultimissimo scatolone del trasloco!!! Ci sono voluti più di 5 mesi ma alla fine ce l'abbiamo fatta: la casa è sistemata, la stalla è stata trasformata in una meravigliosa lavanderia, lo studio è finalmente pronto per accogliere le mie attività da bricoleuse, i bulbi stanno crescendo e anche il praticello inzia a fare capolino. Siamo stati assenti da tutto per un sacco di tempo ma ne è valsa la pena. Ora finalmente posso cominciare a godere la campagna, l'estate e tra qualche giorno anche il mare! Perché qui, da qualche giorno, ci sono più di 30 gradi... e la voglia di fare qualche kilometro in motorino e raggungere Malacala per un tuffo si avvicina.
L'estate è già qui. Sto cercando di abituarmi ad un nuovo ritmo. Se a Milano si faceva tutto tra le 9 del mattino e le 6 del pomeriggio, qui tutto tace proprio in quelle ore. Non si muove una foglia. Non ci sono rumori, quasi nessuna macchina, solo persiane accostate e tanta penombra. Ed è il momento più bello per godersi la pace della Zisola, per stare seduti all'ombra, sotto qualche albero e cullare i propri pensieri e i propri sogni. Aspettando che cali il sole per poterli realizzare.
L'estate è già qui. Sto cercando di abituarmi ad un nuovo ritmo. Se a Milano si faceva tutto tra le 9 del mattino e le 6 del pomeriggio, qui tutto tace proprio in quelle ore. Non si muove una foglia. Non ci sono rumori, quasi nessuna macchina, solo persiane accostate e tanta penombra. Ed è il momento più bello per godersi la pace della Zisola, per stare seduti all'ombra, sotto qualche albero e cullare i propri pensieri e i propri sogni. Aspettando che cali il sole per poterli realizzare.
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martedì 24 febbraio 2009
U fulune... ovvero il panino imbottito
La prima volta che ho sentito parlare del "fulune" ero su una spiaggia del Mediterraneo. L'estate scorsa, quando volevo andare a vedere la casa di Montalbano, a Puntasecca. C. ed io eravamo sdraiati sotto un piccolo ombrellone sotto i circa 50 gradi delle 2 del pomeriggio del 14 agosto, ad una latitudine praticamente africana. Io ero ovviamente bianca come il latte, cappello e occhiali da sole, maglietta e protezione 40. Cercavo in tutti i modi di rifrangere i raggi solari. E leggevo. C., invece, dormiva come suo solito a pancia in su. Siamo stati entrambi distratti dalle nostre occupazioni dalle voci piuttosto concitate di 3 ragazzi del luogo, talmente abbronzati da sembrare senegalesi. Ovviamente indossavano tutti e 3 la mutandina d'ordinanza, il costume a boxer qui non va di moda. C. li identifica immediatamente come provenienti da Vittoria. Inutile dire che io ancora ignoro dove si trovi questo luogo. Chiacchieravano di ragazze, dovevano andare da qualche parte vicino Catania, in un Acquapark dove il cucco sembrava essere assicurato. Uno di loro era, però, parecchio preoccupato per i soldi. Perché se vuoi cuccare devi invitare le ragazze a mangiare e così non puoi portarti un "fulune" da 2 euro. E se poi "a rragazza vuole andare allo zoo.. tu che fai, non ce la porti allo zoo?" E tutta la discussione ha ruotato intorno a questo "fulune" per circa una mezz'ora, fino a quando i 3, nonostante avessero mangiato pranzi di 12 portate ciascuno non meno di un'ora prima si sono gettati in mare.
In quell'occasione C. mi ha spiegato che il "fulune" è il panino imbottito. Che qui c'è ancora la tradizione di andare in salumeria e farsi fare un panino. Cose che da me si facevano all'incirca vent'anni fa nei paesini di non più di venti anime.
Qui il panino imbottito è un'istituzione. Fuori da ogni salumeria c'è un cartello che li pubblicizza. Il ripieno generalmente è abbondante e te lo scegli tu sul momento. Niente a che vedere con il panino dei bar milanesi, preparato ventiquattr'ore prima, con la lattughina appassita. In più, il panino imbottito è economico. Al massimo costa 1 euro e mezzo. Se proprio sei sfigato e ti fregano perché non sei del posto ti rubano 2 euro.
"U fulune" è una tappa obbligata nella giornata di ogni siciliano che si rispetti. I muratori, i lavoranti a giornata, i contadini, tutti coloro che iniziano la giornata di lavoro quando io ancora dormo, alle 11 hanno una tappa obbligata: birretta e panino imbottito. Chiamali scemi... altro che dieci minuti di pausa caffè. Decisamente, il siciliano sa godersi la vita. Almeno quella culinaria.
In quell'occasione C. mi ha spiegato che il "fulune" è il panino imbottito. Che qui c'è ancora la tradizione di andare in salumeria e farsi fare un panino. Cose che da me si facevano all'incirca vent'anni fa nei paesini di non più di venti anime.
Qui il panino imbottito è un'istituzione. Fuori da ogni salumeria c'è un cartello che li pubblicizza. Il ripieno generalmente è abbondante e te lo scegli tu sul momento. Niente a che vedere con il panino dei bar milanesi, preparato ventiquattr'ore prima, con la lattughina appassita. In più, il panino imbottito è economico. Al massimo costa 1 euro e mezzo. Se proprio sei sfigato e ti fregano perché non sei del posto ti rubano 2 euro.
"U fulune" è una tappa obbligata nella giornata di ogni siciliano che si rispetti. I muratori, i lavoranti a giornata, i contadini, tutti coloro che iniziano la giornata di lavoro quando io ancora dormo, alle 11 hanno una tappa obbligata: birretta e panino imbottito. Chiamali scemi... altro che dieci minuti di pausa caffè. Decisamente, il siciliano sa godersi la vita. Almeno quella culinaria.
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venerdì 9 gennaio 2009
Macchaffari
Scrivo dalla mia nuova casa, o meglio da ciò che diventerà la mia nuova casa. Mi aggiro fra le macerie di vite precedenti, vecchi e nuovi mobili, scatoloni e vernici. Ogni tanto, però, salta fuori qualcosa di interessante.
Come l'idea di questo blog. Per dare voce ai miei pensieri e alle mie impressioni su questa nuova vita così a Sud, dove l'inverno sembra già primavera e dove fa più caldo all'esterno delle case per mancanza di riscaldamento all'interno. Perché anche se non mi sono trasferita dall'altra parte del globo e non è un posto così esotico, a me sembra davvero di vivere in un altro paese, in un'altra nazione, a partire proprio dalla difficoltà di comprensione linguistica.
Cos'è il ruggito degli Iblei? In realtà io non ho fatto altro che cambiare una lettera ad un'espressione molto usata da un amico: il muggito degli Iblei. Sì, gli abitanti della zona, più volte al giorno o anche più volte nell'arco di una stessa conversazione, si profondono in un suono che trascritto sembra una cosa tipo "mmmmmmmmmmmm" e immediatamente a seguire "mmacchaffari". Ecco, il mmmmmm di cui sopra è stato definito il muggito degli Iblei. E il "mmacchaffari" è intraducibile, viene usato specialmente per descrivere lo stato d'animo del parlante verso un qualunque individuo che viva a Milano (che qui identifica tutto il Nord).
Provando a scrivere un dialogo tipo identifichiamo con S il Siciliano e con N il nordico (scusate se non tutte le espressioni siciliane sono trascritte in dialetto corretto):
S: "come va?"
N: "bene" (strascicando la E - anche se in realtà sta pensando che avrebbe dovuto rispondere "buono" ma se l'è dimenticato)
S: "di dove sei?"
N: "di Milano" (o di qualunque altro posto nel Nord, tanto è uguale)
S: "mmmmmmmmmmacchaffari a Milano, c'è 'a nebbia, 'u friddu..."
In realtà il macchaffari è uno stile di vita, c'è chi ci costruisce una carriera, sono ancora qui da troppo poco per poterlo spiegare chiaramente ma mi riprometto di tornarci.
E il titolo del blog? Facile. Io non muggisco, io ruggisco. Chiedetelo a C.
Come l'idea di questo blog. Per dare voce ai miei pensieri e alle mie impressioni su questa nuova vita così a Sud, dove l'inverno sembra già primavera e dove fa più caldo all'esterno delle case per mancanza di riscaldamento all'interno. Perché anche se non mi sono trasferita dall'altra parte del globo e non è un posto così esotico, a me sembra davvero di vivere in un altro paese, in un'altra nazione, a partire proprio dalla difficoltà di comprensione linguistica.
Cos'è il ruggito degli Iblei? In realtà io non ho fatto altro che cambiare una lettera ad un'espressione molto usata da un amico: il muggito degli Iblei. Sì, gli abitanti della zona, più volte al giorno o anche più volte nell'arco di una stessa conversazione, si profondono in un suono che trascritto sembra una cosa tipo "mmmmmmmmmmmm" e immediatamente a seguire "mmacchaffari". Ecco, il mmmmmm di cui sopra è stato definito il muggito degli Iblei. E il "mmacchaffari" è intraducibile, viene usato specialmente per descrivere lo stato d'animo del parlante verso un qualunque individuo che viva a Milano (che qui identifica tutto il Nord).
Provando a scrivere un dialogo tipo identifichiamo con S il Siciliano e con N il nordico (scusate se non tutte le espressioni siciliane sono trascritte in dialetto corretto):
S: "come va?"
N: "bene" (strascicando la E - anche se in realtà sta pensando che avrebbe dovuto rispondere "buono" ma se l'è dimenticato)
S: "di dove sei?"
N: "di Milano" (o di qualunque altro posto nel Nord, tanto è uguale)
S: "mmmmmmmmmmacchaffari a Milano, c'è 'a nebbia, 'u friddu..."
In realtà il macchaffari è uno stile di vita, c'è chi ci costruisce una carriera, sono ancora qui da troppo poco per poterlo spiegare chiaramente ma mi riprometto di tornarci.
E il titolo del blog? Facile. Io non muggisco, io ruggisco. Chiedetelo a C.
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